Gli indici per valutare le azioni
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· La redditività di una società è la sua capacità di produrre… reddito, cioè di remunerare il capitale grazie a un buon equilibrio tra i ricavi e i costi. Già, ma quale capitale? Quello versato dai soci? Quello complessivamente investito nella società? E quale reddito? Quello complessivo? Quello dell’attività tipica? O il ricavato delle vendite?
· La definizione di redditività non è univoca, come può sembrare in un primo momento. Per questo esistono diversi indici per misurare la redditività, a seconda dell’aspetto da approfondire. Vediamo quali sono i principali, e come si legano tra loro.
Il "capostipite"…
· Il principale indicatore di redditività, che è anche il più utilizzato, è il ROE (return on equity). Indica la redditività del capitale proprio, cioè del capitale di competenza dei soci; è calcolato dividendo l’utile netto per il valore del patrimonio netto. Per calcolarlo in maniera precisa, non si dovrebbe considerare il patrimonio netto a fine anno ma quello medio durante l’anno; per una prima analisi della società, tuttavia, può bastare l’utilizzo del valore finale, più veloce da reperire.
· Il ROE è un indice sintetico che permette di valutare in un "colpo d’occhio" la redditività della società, per poterla confrontare con investimenti alternativi. Tenete però presente che il ROE di una società non indica quanto potete guadagnare in un anno investendo nelle sue azioni! Quest’ultimo elemento, infatti, è legato al prezzo dei titoli in Borsa, che è sì influenzato dalla redditività della società ma non vi è correlato in modo automatico.
…e i suoi discendenti
· Il ROI (return on investment) è calcolato rapportando l’Ebit (o risultato operativo) al totale dell’attivo. Indica il rendimento generato dalla società non solo per i suoi azionisti, ma per l’insieme di chi ha finanziato l’attività, compresi i creditori. Viene usato l’Ebit (e non l’utile netto) perché è un risultato non decurtato degli interessi passivi (la remunerazione dei creditori). Per lo stesso motivo, viene usato il totale attivo (e non il patrimonio netto) perché è l’insieme dei mezzi raccolti dalla società, sia a titolo di capitale proprio sia a titolo di debito.
· Il grado di incidenza della gestione non caratteristica è invece calcolato rapportando l’utile netto al risultato operativo (Ebit). Indica in che misura gli elementi non legati all’attività tipica (interessi, tasse, elementi straordinari) sono stati in grado di influenzare il risultato finale. Se ad esempio una società ha un utile netto di 80 e un Ebit di 100, il grado di incidenza della gestione non caratteristica (80/100=0,8) indica che le componenti non "tipiche" hanno decurtato del 20% il risultato operativo.
· Infine, il terzo elemento che compone il ROE è il rapporto di indebitamento, cioè l’indice di solidità (totale attivo diviso per il patrimonio netto). Cosa c’entra questo indice con la redditività? La società può sfruttarlo come "effetto leva": se gli interessi pagati sui debiti sono inferiori al rendimento ottenuto dalla propria attività, la società può amplificare i risultati indebitandosi e investendo appunto nella propria attività. Questo "trucco", però, non funziona all’infinito: un eccessivo indebitamento compromette la solidità della società, perciò all’aumentare dell’indebitamento aumenta il rischio per i finanziatori, che quindi chiederanno interessi più elevati. E più gli interessi sono elevati, più si riduce "l'effetto leva", fino ad annullarsi.
· Prendete ora carta e penna e moltiplicate le formule dei tre indici (ROI, grado di incidenza della gestione non caratteristica, rapporto di indebitamento) come se fossero delle frazioni algebriche: "semplificando" i numeratori e i denominatori in comune, otterrete come risultato il rapporto tra utile netto e patrimonio netto… cioè il ROE! Potete arrivare allo stesso risultato anche moltiplicando direttamente il valore prcentuale dei tre indici. La redditività per gli azionisti, quindi, può derivare da tre elementi: l’attività tipica, l’attività non caratteristica e "l’effetto leva" sui debiti. Questo permette di giudicare non solo l’ammontare del ROE ma anche la sua qualità.
Per chi vuole ancora scavare…
· La ripartizione degli indici in più componenti può proseguire oltre. Anche il ROI, infatti, può essere diviso in due "sottoindici": il ROS e il turnover.
· Il ROS (return on sales) è detto anche margine sui ricavi ed è calcolato rapportando il risultato operativo (l’Ebit) al fatturato. È un parametro di efficienza della società perché indica quanto riesce a "risparmiare" una volta pagate le spese più strettamente legate alla produzione, nonché i costi per la struttura (gli ammortamenti).
· Il turnover (o indice di rotazione del capitale investito) è invece calcolato rapportando il fatturato al totale attivo. Indica quindi quanti euro di ricavi è stato in grado di generare ogni euro investito nella società.
· Sempre utilizzando il metodo delle frazioni, provate a moltiplicare le formule del ROS e del turnover: otterrete il rapporto tra Ebit e totale attivo, cioè… il ROI. La redditività del capitale investito, quindi, dipende da due elementi: quanti ricavi sono stati generati con i capitali investiti, e quanto si riesce a guadagnare su queste vendite.
...e non finisce qui
· Esistono anche altri numerosi indici per valutare quanto una società sia redditizia.
· Il ROA (Return On Assets): è calcolato rapportando l’utile al "totale attivo", cioè al valore complessivo delle attività detenute dalla società (immobili, impianti, attività finanziarie, crediti, merci in magazzino…). Indica quindi qual è il rendimento medio del complesso dei beni utilizzati dalla società.
· L’operating profit : è la "traduzione" in inglese del rapporto tra Ebit e fatturato. L’Ebit, o risultato operativo, è l’utile prima degli interessi, delle tasse e degli elementi straordinari. Indica perciò quanto la società riesce a guadagnare dalla parte più "tipica" della propria attività.
· Il gross margin: è calcolato dividendo un utile "parziale" per il fatturato. Questo utile "parziale" (gross profit) esclude tutti i costi non caratteristici già esclusi dall’Ebit (interessi, tasse, elementi straordinari) ma anche alcuni costi "tipici" (quelli amministrativi e quelli legati alla vendita). Per calcolare il gross profit occorre ripartire i costi che si trovano nel conto economico in base alle informazioni che si trovano nella nota integrativa; occorre, ad esempio, dividere il costo del personale addetto alla produzione da quello del personale addetto all’amministrazione o alla vendita. Il gross margin è quindi un parametro di efficienza più che di redditività, perché tiene in considerazione solo i costi direttamente legati alla produzione (materie prime, macchinari, costo del personale addetto alla produzione…).
· Come utilizzare questi indicatori? Non esiste un valore "ideale", bisogna invece confrontare tra loro varie società. È però importante che le società siano omogenee: se operano in settori diversi, ad esempio, le differenze nel gross margin possono non indicare una maggiore o minore efficienza ma una diversa struttura di costi legata al tipo di attività svolta (materie prime più o meno costose, necessità di utilizzare un numero superiore di macchinari o personale…).

