I dogs of the Dow
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Forse qualcuno di voi avrà già sentito parlare di una semplice strategia per investire sulla Borsa di New York, dal nome senza dubbio curioso: i Dogs of the Dow – I cani del Dow. Vediamo di che cosa si tratta, se funziona e se si può applicare anche al mercato italiano.
Pochi minuti all’anno per investire in Borsa
· Ecco una strategia facile facile che promette di battere Wall Street con un impegno di pochi minuti all’anno e senza bisogno né di strumenti complessi né di conoscenze specifiche. È quella che punta sui Dogs of the Dow. Questi sono i 10 titoli del Dow Jones – indice dei 30 maggiori titoli industriali americani – che hanno il più alto rapporto tra dividendo e prezzo di mercato.
· In pratica, l’ultimo giorno dell’anno per ciascuno dei 30 titoli del Dow Jones si calcola il rapporto tra l’ultimo dividendo distribuito e il prezzo di Borsa con cui il titolo ha chiuso l‘anno. Quindi si ordinano i titoli secondo tale rapporto dividendo/prezzo in modo decrescente, e si selezionano i primi 10 della graduatoria.
· A questo punto si investe il 10% del denaro che si è deciso di dedicare a questo investimento in ognuno dei 10 titoli. Fatto ciò, non resta che mantenere i 10 titoli per tutto l’anno, disinteressandosene per 365 giorni! L’ultimo giorno dell’anno successivo bisognerà ripetere la procedura, selezionando cioè i dieci Dogs dell’anno conclusosi e aggiornando il portafoglio per il nuovo anno secondo il metodo già spiegato: si tratta quindi di vendere i titoli che non sono più Dogs, tenere quelli che lo sono ancora e aggiornarne le quantità in modo da investire il 10% dell’investimento in ciascuno dei 10 titoli.
· La strategia, per quanto semplice, si fonda su un dato sintetico ma significativo. Il dividendo infatti dà delle indicazioni sull’andamento della società. Per esempio, una politica di elevati dividendi è sostenibile nel lungo periodo da una società soltanto se questa va bene. Inoltre, azioni con elevato rapporto dividendo/prezzo sono spesso sottovalutate.
Performance contrastanti
· La teoria funziona davvero? Per verificarlo vediamo come si sono comportati negli anni i Dogs of the Dow:
· Lo studio che diede popolarità alla strategia è del 1991, e si basava sui risultati del periodo compreso tra il 1973 e il 1989, durante il quale la strategia dei Dogs portò a un rendimento medio annuo del 17,9%, contro quello dell’11,1% del Dow Jones Industrial Average.
· Ma le cose sono un po’ cambiate. Negli anni tra il '96 e il 2002, per esempio, i Dogs hanno battuto l’indice soltanto in 2 casi (2000 e 2002), mentre negli altri 5 sono andati peggio ed in alcuni casi hanno anche preso delle sonore batoste (il 1999 su tutti).
· Anche considerando i rendimenti comprensivi dei dividendi, le cose non cambiano. Seguendo la strategia dei Dogs infatti il rendimento complessivo medio annuo tra il 1992 e il 2002 sarebbe stato comunque inferiore rispetto a quello del Dow Jones Industrial Average. Stessa cosa anche prendendo gli anni tra il 1997 e il 2002.
· D’accordo che la strategia è considerata di lungo periodo e che si dà per scontato che in alcuni anni possa essere perdente, ma 10 anni iniziano ad essere un periodo lunghetto e i risultati non sono certo esaltanti! Non ci sentiamo quindi di consigliare questa strategia per il mercato americano, in cui la teoria è nota, pur osservando che nella debacle borsistica del triennio 2000-2002 si è difesa molto bene.
I DOGS BATTUTI DAL DOW

In 7 anni di rilevazioni i rendimenti dei Dogs of the Dow, i dieci titoli del Dow Jones 30 con il più alto rapporto dividendo/prezzo, hanno battuto l’indice Dow Jones Industrial Average solo in due occasioni. Difficile quindi parlare di strategia vincente, anche se seguendola si sarebbero limitate le perdite nell’ultimo triennio.
E i segugi del Mib30 che fanno?
· Ma si può applicare la stessa strategia al mercato italiano? Certo che sì. Abbiamo provato a vedere quali rendimenti si sarebbero ottenuti investendo nei segugi del Mib30 tra il 1992 e il 2002, seguendo esattamente lo stesso metodo dei Dogs of the Dow.
· In questo caso si nota come siano stati più gli anni in cui i segugi hanno fatto meglio del Mib30 (7 anni: dal 1993 al 1996, nel 1998, nel 2000 e nel 2001), ma ci sono stati anche anni in cui sono rimasti docili anziché ringhiare (1997, 1999 e soprattutto 2002) andando peggio dell’indice. Le differenze tra i segugi e l’indice sono state talvolta anche molto elevate, ma in entrambi i sensi (1996 e 2000 a favore dei segugi, 1999 e 2002 a favore del Mib30), dandoci l’impressione che si tratti di casi fortuiti piuttosto che di regole su cui far conto.
· Osserviamo inoltre come i risultati smentiscano l’ipotesi che si tratti di una strategia difensiva per periodi difficili. Infatti i segugi nel 2002, anno orribile di Piazza Affari (-26%), invece che proteggere chi vi ha puntato hanno amplificato le perdite e di molto, lasciando sul terreno il 40%.
· In linea generale i dati non ci portano a consigliare l’utilizzo di questa strategia per investire sulla Borsa italiana. A nostro parere infatti i risultati che finora si sarebbero ottenuti seguendola rigidamente sono troppo dispersi e casuali, e non forniscono evidenza a favore di essa. La bacchetta magica per fare soldi in Borsa non è ancora stata inventata.
I SEGUGI DEL MIB30 TRA RINGHIATE E RONFATE

I segugi del Mib, cioè i dieci titoli del Mib30 con il più alto rapporto dividendo/prezzo, tra il 1993 e il 2002 hanno fatto meglio dei cugini newyorchesi, battendo il Mib30 in 7 occasioni su 10. Ma in alcuni anni si sono messi a cuccia anziché correre. I dati non ci portano a consigliare questa strategia di investimento.

