13 feb 2012
· L’Iran ha avviato da alcuni anni un programma nucleare civile che, secondo molti, potrebbe portare il Paese a dotarsi di armi atomiche. E visti i pessimi rapporti con Israele, da tempo gli osservatori si interrogano su fino a quando Gerusalemme pazienterà prima di intervenire per impedire a Teheran di dotarsi di armi tanto pericolose da mettere in dubbio la superiorità strategica di Israele in Medio Oriente, tanto più che, per ora, le sanzioni internazionali non hanno fatto desistere gli iraniani dal mettere mano al nucleare.
· Anche al fine di evitare un simile scenario da tempo sono in corso pesanti sforzi diplomatici, ma molti osservatori pensano che un intervento di Israele sia vicino. A dire il vero lo dicono da più di un anno, ma il tempo passa e il programma nucleare iraniano va sempre più avanti.
La posta in gioco dice la probabilità del conflitto
· Una premessa. Avete presente la crisi dei missili a Cuba? Fu quasi 50 anni fa: solo intense trattative evitarono al mondo lo spettro di una guerra nucleare. Questo ricorda un principio importante: più sono distruttive le armi in gioco, più è difficile che scoppi un conflitto armato.
· Israele non può permettere che l’Iran si doti di bombe atomiche, ma sa anche di essere un Paese isolato in un’area ostile, per cui farà un raid solo se costretto.
· L’Iran dal canto suo nell’area è tanto isolato quanto Israele. Al di là della fraternità musulmana è abitato da persiani, non da arabi come i vicini, ed è sciita laddove gli abitanti dei Paesi limitrofi (salvo che in parte dell’Iraq) sono perlopiù sunniti (i due non si piacciono molto). Il programma nucleare preoccupa tutti, anche i peggiori nemici di Israele. In secondo luogo, l’Iran non è un monolite: una politica estera “aggressiva” può essere utile a consolidare il consenso, ma deve essere conscia dei suoi limiti. Non a caso dopo aver minacciato una chiusura dello stretto di Hormuz, Teheran, di fronte alla decisa reazione degli Usa, si è ben guardata dall’aprire un conflitto. E non dimentichiamo che la guerra con l’Iraq degli anni ’80 non fu causata dall’Iran, ma fu scatenata da Saddam Hussein.
· In poche parole, non è da escludere che l’Iran possa comportarsi come la Corea del Nord: tirare la corda il più possibile per procurarsi dei vantaggi, arrivando sul filo del conflitto, ma evitando di scatenarne uno.
· Infine, fino alla rivoluzione islamica Israele e l’allora Persia erano alleati. Dal punto di vista geopolitico l’attuale inimicizia tra i due ha portato solo svantaggi a entrambi.
LA FIAMMATA DI SCHLUMBERGER
La guerra del Kippur si tenne tra il 6 e il 25 ottobre del 1973, le prime decisioni di tagliare la produzione del petrolio sono del 17 ottobre. Il che portò allo shock petrolifero e a un crollo dei mercati (la linea sottile è lo S&P 500, l’anno interessato è il 1973) che inizialmente fu ignorato da Schlumberger (in grassetto), società affine a Saipem, che crollò in Borsa solo un mese dopo.
Se Israele attacca: lezioni dal passato
· Abbiamo già esaminato in passato simili prospettive (vedi Soldi Sette n° 900) distinguendo due casi.
· Il primo è analogo a due casi del passato: l’operazione Opera del giugno 1981, quando Israele distrusse un reattore iracheno a Osirak, e l’operazione Orchidea, contro la Siria a Deir El Zor del settembre 2007. In entrambi i casi non ci furono sostanziose conseguenze in Borsa.
· Per il secondo caso abbiamo tre conflitti che possono essere utili a capire la situazione: guerra del Kippur (ottobre 1973), prima guerra del Golfo (gennaio 1991), seconda guerra del Golfo (marzo 2003). La guerra del Kippur condusse con le sue conseguenze alla crisi energetica facendo sprofondare del 45% gli indici Usa nel giro di un anno e portando a diversi anni di difficoltà economiche.
Se Israele attacca: prospettive future
· Un primo scenario è che l’Iran non risponda all’attacco. Non sarebbe la prima volta che chi fa un bluff a poker rinuncia a rilanciare quando vede che l’avversario ha compreso il bluff. Lo scenario per i mercati sarebbe analogo a quello delle operazioni Opera e Orchidea: effetto zero. Non ci sarebbe neanche un “effetto sollievo”, perché al momento i mercati non sembrano ancora essersi curati di queste dinamiche, ma pensano di più ai problemi europei.
· Un secondo scenario è che l’Iran risponda all’attacco. Qui l’impatto sui mercati dipende dalle dimensioni del conflitto. Se il conflitto si allarga all’intera area impedendo l’esportazione del petrolio attraverso il Golfo Persico, potrebbe accadere quello che successe al prezzo del petrolio quando l’Iraq invase il Kuwait alla vigilia della prima guerra del Golfo. Allora schizzò da 20 a quasi 40 dollari al barile. In quegli anni ci fu anche una recessione. Allora i prezzi petroliferi erano comunque mediamente bassi. Ora invece, pur non essendo ai massimi, siamo su livelli elevati.
Come investire se succede il peggio?
· Per mettervi al sicuro non vi resta che investire in bond in euro sicuri. Quali? Ve li abbiamo citati in Soldi Sette n° 965. Potete acquistare ad esempio Banca Mondiale 3,875% 20/5/19 (114,25) o Bei 2,5% 15/10/18 (101,16, in entrambi i casi i prezzi sono spese incluse). E potete farlo fin da ora.
· Per cercare invece di approfittare della situazione potete puntare su un Etf che punti sul rialzo del petrolio con un effetto leva (cioè moltiplicando tale effetto), come l’Etfs Wti leveraged crude oil (3,318 euro), ma vedi Soldi Sette n° 919 per alcuni limiti di questo Etf. Oppure potete acquistare titoli di società che offrono servizi all’industria petrolifera, Schlumberger (77,17 dollari) che, ad esempio, profittò della guerra del Kippur, vedi grafico, o come Saipem (35,74 euro). Tra le due preferite quest’ultima che è più facile da acquistare, ma l’acquisto andrà fatto solo al momento in cui la situazione crollasse. L’andamento di queste società è correlato a quello del petrolio. Attenzione, però, che l’euforia può valere per periodi non lunghi e, in caso di generale calo dei mercati, anche queste società potrebbero essere trascinate verso il basso.